La geografia del calcio ormai è cambiata. Magnati russi e petrolieri arabi hanno dato solo il colpo finale a quel mutamento che negli ultimi aveva già preso forma. L’Italia calcistica, dopo il boom degli anni ’90 - quando la Serie A rappresentava la massima espressione del calcio europeo -, pian piano è retrocessa non solo nel ranking Uefa (colpa anche dello stravolgimento di Calciopoli del 2006), ma anche nelle preferenze dei campioni, che oramai vedono la Spagna e l’Inghilterra come vere e proprie eldorado.
La Serie A quindi non attrae più, perchè a differenza dei campionati delle altre grandi nazioni europee – tra cui va inserita ultimamente anche la Germania - non offre più un "contenitore" ricco di campioni, perchè la crisi internazionale che ha colpito anche il dorato mondo calcistico ha visto nell’Italia la sua grande vittima - in quanto le nostre società con la sola eccezione della Juventus non hanno stadi di proprietà e strutture commerciali in grado di garantire introiti al di fuori del week-end sportivo -. Se a questa mancanza sommiamo la gestione dei marchi e del merchandising curata maniacalmente fuori dai nostri confini, si ha il risultato nettamente schiacciante che vede le big d’Europa fatturare anche il triplo delle grandi del calcio nostrano.
Il risultato finale di tutto questo declino si riversa poi nel calcio giocato, o meglio ancora nel calciomercato, dove le squadre italiane sono costrette a vendere i pezzi pregiati per coprire mancanze nel bilancio o per rifinanziarsi. La stretta attualità riguarda il Milan, che con una maxi operazione da 62 milioni di euro ha ceduto Thiago Silva e Ibrahimovic agli sceicchi del Psg. Ma senza guardare troppo lontano basta ricordare cosa successe sempre a Milano, sponda nerazzurra, lo scorso anno, quando Eto’o e Balotelli vennero ceduti rispettivamente ai magnati russi dell’Anzhi e agli arabi del City, anche qui per strette necessità di bilancio.
Al campione che con le valige in mano saluta il Belpaese siamo abituati, ma ai giovani talenti che emigrano per trovare gloria e sicuramente anche contratti migliori non lo eravamo ancora. Soprattutto i club della Premier League inglese già da diversi anni stanno scandagliando i nostri settori giovanili ed in diverse occasioni sono riusciti anche a portarsi via talenti, che a loro volta compiono questo passo con la consapevolezza di poter avere più occasioni per mettersi in mostra e più sicurezze sotto il profilo contrattuale. Così non ci si deve neanche più stupire se Borini, dopo esser tornato una sola stagione in Italia con la Roma, ritorni in Inghilterra dopo esser stato protagonista nella promozione dello Swansea due stagioni fa.
Diverso è il caso di Verratti, anche lui protagonista di una stagione esaltante con il Pescara di Zeman culminata con la convocazione in Nazionale, che proprio nella giornata di oggi sta svolgendo le visite mediche a Parigi per poi unirsi al gruppo allenato da Ancelotti. Su di lui si erano mosse già da tempo la Roma, la Juventus ed il Napoli, con i bianconeri ormai quasi sicuri dell’acquisto, forti anche della preferenza mostrata dal centrocampista pescarese verso la società piemontese, ma il troppo tergiversare e l’appeal creato dal Psg negli ultimi mesi ha cambiato le carte in tavola. Così un giovane calciatore in rampa di lancio e nel giro della Nazionale emigra in Francia - unico campionato che ancora non sovrasta quello italiano -, non solo per l’aspetto economico ma anche per il ruolo che Ancelotti sembra avergli disegnato intorno, cosa che le nostre big non sono riuscite a fare.
In Italia, sempre per esigenze economiche, diventano così grandi obiettivi di mercato giocatori come Destro, Armero e Behrami, che seppur molto bravi e funzionali, difficilmente possono colmare il vuoto dei top player nel nostro campionato. Per avere il tutto ancora più chiaro basta volgere lo sguardo al di fuori del vecchio continente, scoprendo che in Brasile si registra una netta contro-tendenza, per cui i talenti carioca - invogliati anche dalla loro Federazione in vista dei prossimi Mondiali -, preferiscono rimanere a giocare in patria e gli esempi di Neymar, Ganso, Dede e Paulihno sono solo alcuni di questi. Il campionato verdeoro, trainato dall’emergente economia brasiliana, sta attirando anche grandi sponsor e nuovi investitori pronti ad offrire anche nuove strutture per i tifosi, con l’obiettivo di far decollare definitivamente il campionato carioca. E gli arrivi di Seedorf e Forlan sono solo i primi passi di questo nuovo processo calcistico.
I grandi club italiani, con l’aiuto della Figc, non devono far altro che copiare i punti cardini di questi modelli se non si vuole ancora scendere di più nel ranking Uefa e far divinire, per nostro demerito, anche la Ligue 1 un campionato di eccellenza in Europa.
